venerdì 2 febbraio 2018

L'innocenza di Clara

di Toni D'Angelo

Regia: Toni D'Angelo. Soggetto: Toni D'Angelo. Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Salvatore Sansone, Toni D'Angelo. Fotografia: Rocco Marra. Montaggio: Letizia Caudullo, Silvano Agosti (supervisore). Musiche: Alessandro Rinaldi (edizioni musicali Ala Bianca Group), canzone Per amarti di Bobo Rondelli. Scenografia: Carmine Guarino. Costumi: Olivia Bellini. Trucco: Marisa Marconi, Maria Vittoria Cascioli. Produttore: 13 Dicembre, con il supporto di MiBACT. Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà. Genere: Noir, Drammatico. Durata: 83'. Interpreti: Chiara Conti (Clara), Alberto Gimignani (Maurizio), Luca Lionello (Giovanni), Rosanna Gentili (Luisa), Irene Goloubeva (Angela), Giulio Beranek (Ariel), Bobo Rondelli (Marco).


Toni D'Angelo (1979) è figlio di cotanto padre, quel Nino D'Angelo che negli anni Ottanta - diretto da Ninì Grassia e Mariano Laurenti, ma pure da Romano Scandariato e da se stesso - riempiva le sale di ragazzine innamorate della nuova sceneggiata napoletana in salsa rosa. Il figlio fa tutt'altro mestiere ma dobbiamo dire che è dotato di un certo talento e di un pizzico di genialità, tra l'altro si toglie la soddisfazione di guidare il padre nel suo ultimo film - Falchi (2016) - che non abbiamo ancora avuto modo di vedere.


Alcuni suoi corti sono puro cinema impegnato (Bukowski, Casoria e Poeti), ma anche i lunghi a soggetto non sono disprezzabili e forse L'innocenza di Clara è il più intenso, capace di racchiudere tutta la poetica di un autore profondo e originale. In tempi che vedono inneggiare a registi come Guadagnino - dotati di budget esorbitanti rispetto alle idee - fa piacere vedere un piccolo film teatrale, ben diretto, fotografato con cura, sostenuto da una colonna sonora adeguata e interpretato con partecipazione dagli attori. Niente di eccezionale, si badi bene, una piccola storia di amore e morte, tradimenti, infedeltà coniugale e amicizia perduta, ma raccontata con gusto e passione. Ottima l'ambientazione tra le cave di marmo di Carrara, in uno sperduto paesino di montagna, dove Clara (Conti) è costretta a vivere un matrimonio infelice che la porta di nuovo tra le braccia del primo amante (Rondelli) e persino a illudere Giovanni (Lionello), grande amico del marito (Gimignani).


Il film è un noir che vive sul colpo di scena finale, quindi non è lecito raccontare altro a livello di trama, accenniamo soltanto alla storia collaterale di un amore giovanile contrastato da un padre padrone, che predica bene ma razzola male. Bobo Rondelli canta la sua Per amarti, accompagnandosi con la chitarra, dedicandola alla donna che lo abbandona per sposare un uomo tutto suo, anche se tornerà da lui. "Le gabbie che racchiudono gli esseri umani sono invisibili, per questo le loro sbarre risultano invalicabili...", dice l'epigrafe iniziale firmata Silvano Agosti (supervisore al montaggio), che racchiude tutto il senso del film. Non è possibile cambiare la propria natura, tanto meno fuggire da noi stessi, nonostante i buoni propositi e le costrizioni morali, quel che siamo - in definitiva - è la gabbia dalle sbarre più robuste e insormontabili. Un piccolo film da camera, teatrale, girato in gran parte tra interni claustrofobici, boschi (scene di caccia) e cave di marmo, che vede come temi di fondo l'amore coniugale e l'amor filiale, passando per l'amicizia e lo stretto legame che vincola le persone al paese natio e alle tradizioni. Buona prova d'autore, confermata da un discreto successo di critica e di pubblico al Festival del Cinema di Montreal e al Courmayeur Noir In Festival. Purtroppo sono film che vediamo in pochi...



Per vedere il film:


da Film&Clips

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sabato 27 gennaio 2018

A Bigger Splash (2015)

di Luca Guadagnino

Regia: Luca Guadagnino. Soggetto: Alain Paige. Sceneggiatura: David Kajganich. Fotografia: Yorick Le Saux. Montaggo: Walter Fasano. Scenografia: Maria Djurkovic. Costumi: Giulia Piersanti. Produttori: Michael Costigan, Luca Guadagnino. Produttori Esecutivi: Olivier Courson, Ron Halpern, David Kajganich, Marco Morabito. Case di Produzione: Frenesy Film Company, Cota Film, Mibact, Sicilia Film Commission. Distribuzione: Lucky Red. Durata: 120’. Genere. Drammatico. Interpreti: Ralph Fiennes (Harry Hawkes), Tilda Swinton (Marianne Lane), Dakota Johnson (Penelope Lanier), Matthias Schoenaerts (Paul De Smedt), Aurore Clémente (Mireille), Corrado Guzzanti (maresciallo dei carabinieri), Elena Bucci (Clara), Lily McMenamy (Sylvie)



A Bigger Splash vorrebbe essere una sorta di remake de La piscina (1969) di Jacques Deray, un omaggio a una pellicola che vedeva protagonisti Alain Delon, Romy Schneider, Maurice Ronet e Janet Birkin. La storia è molto simile, quasi ricalcata pedissequamente - e non se ne comprende l’utilità - a parte la suggestiva ambientazione siciliana e i collegamenti con il mondo della musica rock. In breve la storia. Marianne Lane (Swinton) è una grande rockstar, operata alle corde vocali si reca a Pantelleria con il giovane fidanzato Paul (Schoenaerts), fotografo, ex alcolista e aspirante suicida. Un bel giorno arriva Harry (Fiennes), produttore discografico e vecchio amante di Marianne, con la figlia Penelope (Johnson). Comincia una strana storia di seduzioni incrociate, una certa simpatia pare rinascere tra Harry e Marianne, cosa che manda in crisi Paul. Finale melodrammatico quanto comico - una caratteristica dei film di Guadagnino - con la scazzottata in piscina tra Harry e Paul e la morte del primo, annegato dal secondo. I carabinieri indagano, ma un buffo Guzzanti - che quando parla siciliano sembra Franco Franchi - non giunge a capo di niente, in compenso insegue la diva del rock sotto la pioggia per chiederle un autografo. La figlia del defunto rientra a casa in aereo mentre la coppia dei fidanzati è libera di tornare alla propria vita. 



Fischi a non finire a Venezia, più che meritati, pure se agli americani - di bocca buona - pare che questa storia raffazzonata e mal copiata da un vecchio film sia piaciuto un sacco. Pochi i pregi di un lavoro inutile: la fotografia sicula (che si fa da sola), la colonna sonora e gli attori, tutti piuttosto bravi (a parte Guzzanti che è penoso) ma diretti senza nerbo e costretti a recitare un copione strampalato. La sceneggiatura è prevedibile e insulsa, il montaggio è lento e compassato, la tecnica di regia molto più classica del precedente Io sono l’amore, ma sempre condizionata dall’uso frenetico del piano sequenza, della soggettiva, della panoramica documentaristica, dei particolari inutili e dei primissimi piani. I film di Guadagnino cominciano con buone speranze, si perdono con il passare dei minuti, naufragando in un mare di banalità, approdano a finali sconcertanti, eccessivamente drammatici, da rasentare il trash e la comicità involontaria. Lavori esteticamente perfetti, meri esercizi di stile che non lasciano niente, se non un senso di fastidio per il tempo sprecato nel seguire i voli pindarici di un imitatore di Antonioni. A Bigger Splash è davvero il niente fatto cinema, pellicola sprecata avrebbe detto Fernando di Leo. 


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giovedì 4 gennaio 2018

Colpo di luna (1995)

di Alberto Simone









Regia: Alberto Simone. Soggetto e Sceneggiatura: Alberto Simone, Gioia Magrini, Dido Castelli. Fotografia: Roberto Benvenuti, Romolo Eucalitto. Montaggio: Enzo Meniconi Kohout. Musiche: Vittorio Cosma. Scenografia: Andrea Crisanti. Costumi: Beatrice Bordone, Luigi Bonanno. Produttore: Roberta Manfredi, Alessandro Olivieri. Paesi di Origine: Italia, Paesi Bassi. Durata: 86’. Genere: Drammatico. Interpreti: Tchéky Karyo, Nino Manfredi, Isabelle Pasco, Jim Van Der Woude, Johan Leysen, Mimmo Mancini, Paolo Sassanelli, Andrea Cagliesi, Davide Cincis, Barbara De Luzenberger, Andrea Giudici, Annelie Harrysson, Cinzia Mascolo, Vasco Mirandola, Daniela Rompietti, Anouschka Sarafzade, Anna Scaglione, Francesco Scali, Francesco Guzzo, Giacinto Ferro, Turi Scalia.

Colpo di luna è l’interessante opera prima di Alberto Simone - apprezzato da Nanni Moretti - presentata al Festival di Berlino, dove è stata premiata soltanto per la bravura del cast di contorno. A nostro parere ci sono molti aspetti che rendono la pellicola importante nell’asfittico quadro cinematografico dei nostri anni Novanta. Prima di tutto la tematica disagio mentale, affrontata con leggerezza e profondità, per non parlare di una delle ultime ottime interpretazioni di Nino Manfredi. In sintesi la trama. Lorenzo (Karyo, doppiato da Roberto Pedicini) torna in Sicilia dopo la morte della madre, nella casa della sua infanzia, che deve restaurare e vendere. Prende contato con Salvatore (Manfredi) che si presenta alla villa con due insoliti aiutanti che soffrono di turbe psicologiche. Lorenzo si rende conto che a casa di Salvatore si è insediata una vera e propria comunità diretta da uno psicologo (Leysen), che si prende cura di ragazzi affetti da disagi mentali. Salvatore ha un figlio schizofrenico (Mancini) che cura con affetto, nella consapevolezza che la sua assenza nel momento del bisogno ha aggravato la malattia mentale. La madre è morta nel darlo ala luce e Salvatore è tornato a casa dalla Germania - dove si trovava per lavoro - solo cinque anni dopo. Lorenzo è uno scienziato che si occupa di buchi neri e problematiche astrofisiche, in un primo tempo vorrebbe scappare e tornare prima possibile al suo lavoro, ma poco a poco si affeziona alla comunità, vive una sorta di rapporto sentimentale con Luisa (Pasco), comincia a curare i ragazzi e decide di restare. Perfetta l’interpretazione degli attori che si calano in maniera credibile nelle turbe psichiche che devono rappresentare, dopo lunghe fasi di studio a contatto con veri malati di mente, insieme al regista e agli autori. Il film è ben sceneggiato, a parte alcuni dialoghi un po’ retorici e diverse sequenze (ben fotografate) meramente calligrafiche. Il regista cita Il posto delle fragole di Ingmar Bergman con la tematica del ritorno a casa e della riscoperta dell’infanzia grazie alle cose che si rivedono con gli occhi nuovi dell’età adulta. Tra tutti è emblematico l’episodio dell’automobile di famiglia riscoperta nel garage e rimessa in sesto per spostarsi, che produce alcuni flashback di un Lorenzo bambino seduto nei sedili posteriori. Citato esplicitamente Il dormiglione di Woody Allen, sia nel contenuto che nel dialogo della poetica sequenza. Abbiamo il tema della diversità tra Sud e Nord, la vita che va sempre di fretta, presa troppo sul serio dai milanesi, contro il fatalismo meridionale e i tempi lenti della calda Sicilia. Nino Manfredi è straordinario - pur con il suo accento ciociaro -  come vecchio lavoratore siculo, ignorante ma tutto cuore, innamorato di suo figlio e della vita. Tchéky Karyo nei panni del protagonista sfoggia sempre la stessa espressione, non è il massimo della recitazione mimica, ma in definitiva compie con diligenza il suo dovere. Contributi comunitari alla realizzazione del film  per il tema portante prettamente sociale e per aver affrontato l’argomento disagio mentale con spirito didattico (e mai didascalico). Ottima la colonna sonora realizzata da Vittorio Cosma, che si avvale di alcuni pezzi classici e sinfonici.

Alberto Simone (Messina, 1956) gira nella sua Sicilia un’opera prima ispirata e compiuta, proviene da esperienze di psicologo e psicoterapeuta, quindi conosce bene il tema di cui parla. Candidato al David di Donatello come miglior regista esordiente, ha la sfortuna di incontrare sulla sua strada uno straordinario Paolo Virzì. Produce Dauphin Film Company, fondata insieme alla moglie Roberta Manfredi (figlia di Nino), mentre il suocero collabora come attore in un ruolo che gli calza a pennello. Globo d’Oro alla migliore opera prima, assegnato dalla stampa estera. Simone non ha più girato niente per il cinema, ma ha cominciato una proficua attività come regista televisivo e sceneggiatore Rai. Ricordiamo tra i molti lavori realizzati nei due ruoli: Linda e il brigadiere (2000), Una storia qualunque (2000) - sempre con Nino Manfredi protagonista -, Un difetto di famiglia (2002), Le ragioni del cuore (2002), In nome del figlio (2008), Il commissario Manara (2009 - 2011), L’ultimo papa re (2013).

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lunedì 27 novembre 2017

Venni, vidi e m'arrapaho (1984)


di Vincenzo Salviani


Regia: Vincenzo Salviani. Soggetto: Vincenzo Salviani. Sceneggiatura. Mario Bianchi, Vincenzo Salviani. Fotografia: Franco Campanile. Aiuto Regia: Mario Bianchi. Ispettore di Produzione: Alessandra Spagnuolo. Musiche: Claudio Natili, Silvia Subelli. Edizioni Musicali: Golden Grape sas. Oganizzazione Generale: Gilberto Galimberti. Colore: Augustus Color. Fonico: Antonio Pantano. Trucco: Massimiliano Lucci. Canzoni: Come sarà, Monica, Domenica svortamo, Fever (cantano Gli Arrapathis), Papà uh! Mamma, Il cielo in una stanza (cantano I Milk and Coffe), Luna donna luna (Roby Vandalo), Questo sentimento (Santarosa), La canzone del cacchio (Edoardo Terzo), I Belive (Gli Any Way), Che domenica (I Pom), Ho bisogno di te (I Romans), And I Say (Betty Elso), Bamboline bamboline (Roby Vandalo). Produzione: Samacor Cinematografica srl, Mondial Baia Cinematografica srl. Interpreti: Giziana Spatrisano, Alessandro Cerquetti, Athena Minglis, Giancarlo Capo, Daniela Andriolo, Luciano Pinna. Cecilia Oliva, Maurizio Argentieri, Edoardo Terzo.


Vincenzo Salviani si occupa di cinema dalla fine degli anni Sessanta, rivestendo svariati ruoli legati alla produzione (ispettore, direttore), fino a diventare lui stesso produttore (1974). Non lascia capolavori, ma onesto artigianato, molti film girati da Fernando di Leo lo vedono segretario di produzione (Brucia ragazzo brucia, Amarsi male, I ragazzi del massacro, Il boss), ruolo che ricopre anche in Acquasanta Joe di Mario Gariazzo. Direttore di produzione per Sedicianni e Lo stallone, due erotico - campagnoli di Tiziano Longo. Ancora cinema di Fernando di Leo come ispettore di produzione: La bestia uccide a sangue freddo, Milano calibro 9, La mala ordina. Ma anche Ku fu? Dalla Sicilia con furore di Nando Cicero, L’ultima chance di Maurizio Lucidi, La governante di Gianni Grimaldi, Madeleine… anatomia di un incubo di Roberto Mauri, Il testimone deve tacere di Gianni Rosati, Il venditore di palloncini di Mario Gariazzo e Yuppi Du di Adriano Celentano. Produttore de La profanazione di Tiziano Longo, Ondata di piacere di Ruggero Deodato, L’avvocato della mala di Vincenzo Marras, Uomini si nasce poliziotti si muore di Ruggero Deodato (anche soggetto), Voglia di donna di Franco Bottari, Malizia erotica di Larraz, La moglie dell’amico è sempre più buona di Bosch Palau (anche soggetto e sceneggiatura), Il carabiniere di Silvio Amadio, Il miele del diavolo di Lucio Fulci (anche soggetto e sceneggiatura).


Vincenzo Salviani firma tre titoli da regista, legati da un comune denominatore, sono tutti dimenticabili: la sceneggiata napoletana Pover’ammore (1981), interpretata da Rosa Fumetto e Carmelo Zappulla; Venni, vidi e m’arrapaho (1984), che abbiamo rivisto; l’erotico patinato Sogno proibito (1988), interpretato da Brett Halsey.



Venni, vidi e m’arrapaho resta il suo film di culto, se non altro per l’originalità, per il livello di trash inconsapevole di cui è pervaso, composto com’è da un mix informe di commedia sexy, musicarello, giovanilistico, disco - movie, scritto a pura imitazione di modelli d’oltreoceano come La febbre del sabato sera, Flashdance e Porkys. Salviani dirige (piuttosto male) un gruppo di attori scalcinati - quattro ragazzi e quattro ragazze - pedinandoli nel loro quotidiano (ma Zavattini non c’entra per niente!) fatto di gare di motocross, scherzi feroci, prove musicali, amoreggiamenti vari con fidanzate e con una prostituta amante del pesce, esibizioni in palestra, furtive occhiate a ragazzine che si spogliano e fanno la doccia in palestra. Il film è tutto qui, forse le parti più divertenti sono le canzoncine trash che vanno dalla ritmata Donna luna alla volgarissima Come sarà, che indaga il tormentato io giovanile degli anni ottanta, alla perenne ricerca di una donna, basta che respiri. Il soggetto è composto da una serie di gag stiracchiate che ricordano il barzelletta - movie, raramente strappano il sorriso, come nel caso della lite tra pescivendoli al mercato che serve ai ragazzi per rimediare il pesce con cui pagare la prostituta e il noleggio degli strumenti musicali. Mario Bianchi aiuta sia in fase di sceneggiatura e che di regia, la sua mano greve si nota in più di una situazione, soprattutto nelle numerose citazioni della commedia sexy, ormai scaduta a livelli infimi. Molta discoteca anni Ottanta, con i lenti quando si abbassano le luci, tanta musica stile Bee Gees, ma pure citazioni da Flashdance con alcuni numeri di ballo in una scuola di danza diretta da un istruttore gay (che si chiama Proci). 


Il tempo delle mele non può mancare, a livello di citazione volgare, così come non si scordano citazioni di citazioni, opere - certo non fondamentali - come Brillantina Rock e John Travolto… da un insolito destino. Non dimentichiamo la citazione del titolo: Arrapaho, dei mitici Squallor, che pure non c'entra niente. Un film senza una vera e propria trama, che si segue solo per vedere dove il regista voglia andare a parare. Da nessuna parte, in fondo, ché tutto pare improvvisato, scritto sequenza dopo sequenza, fino alla gara canora durante la quale Edoardo Terzo ci serve come piatto forte il suo celebre samba del cazzo e i nostri Arrapathis ci regalano una spudorata imitazione di Reality. Ma il meglio da un punto di vista canoro è già passato, cose da musical triviale girato tra Villa Adriana e Villa d’Este, ma pure per le vie di Roma, tra i monumenti più famosi, cantando Domenica svortamo, perché lei me la darà, oppure Monica in napoletano, che termina con un vaffanculo rivolto alla ragazza. Un film che sembra una raccolta di videoclip senza senso, sceneggiati usando un collante invisibile, che in fondo si rivede volentieri per rimpiangere un tempo in cui il vitale cinema italiano passava da un capolavoro diretto da Mario Monicelli a una stronzata galattica di Vincenzo Salviani, senza soluzione di continuità. Non ci crederete, ma entrambi i film si vedevano in sala. (Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi).

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venerdì 20 ottobre 2017

Riposa in pace, Maestro



Muore all’età di 86 anni Umberto Lenzi (Massa Marittima, 6 agosto 1931 - Roma, 19 ottobre 2017) , un regista del quale non posso dire di essere stato amico, perché anni fa avevo deciso di scrivere un libro sul suo cinema e dopo alcuni approcci e dichiarazioni rilasciate in esclusiva, la cosa finì male, per alcune incomprensioni. Non ci siamo più parlati e - per mia ripicca - ogni volta che lui è venuto a Massa Marittima e a Piombino non sono mai andato a sentirlo. Forse ho sbagliato, perché - nonostante il caratteraccio, difetto che in fondo ci accomuna - era un grande regista, uno che sapeva fare il cinema di genere.  Lenzi si è avvicinato al cinema horror negli anni Ottanta, dopo aver sperimentato gli altri generi popolari come l’avventuroso, il peplum, lo storico, il thriller erotico, il poliziottesco, i Tomas Milian movie, un fumetto movie come Kriminal e persino il sottogenere cannibalico. Non possiamo dire che l’horror sia stato il genere preferito dal regista massetano, ma è anche vero che una volta cominciato a fare cinema de paura ha continuato per oltre un decennio con ottimi risultati.  Se confiniamo i cannibal movie nel sottogenere che contamina horror e avventuroso, dobbiamo dire che il primo horror puro di Lenzi è Incubo sulla città contaminata (1980). Il regista mi disse che questo film gli fu proposto come una classica pellicola di zombi, ma lui la trasformò in  un horror ecologico, imperniato su una contaminazione nucleare che trasforma le persone in creature mostruose bisognose di sangue per sopravvivere. “La sceneggiatura di Incubo era una vera schifezza e io la dovetti rielaborare per intero” mi disse Lenzi. 

Per leggere il resto del pezzo vi invito a collegarvi con Futuro Europa, dove tengo una rubrica di cinema italiano: http://www.futuro-europa.it/25173/cultura/scompare-umberto-lenzi-maestro-del-cinema-genere.html

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