venerdì 20 ottobre 2017

Riposa in pace, Maestro



Muore all’età di 86 anni Umberto Lenzi (Massa Marittima, 6 agosto 1931 - Roma, 19 ottobre 2017) , un regista del quale non posso dire di essere stato amico, perché anni fa avevo deciso di scrivere un libro sul suo cinema e dopo alcuni approcci e dichiarazioni rilasciate in esclusiva, la cosa finì male, per alcune incomprensioni. Non ci siamo più parlati e - per mia ripicca - ogni volta che lui è venuto a Massa Marittima e a Piombino non sono mai andato a sentirlo. Forse ho sbagliato, perché - nonostante il caratteraccio, difetto che in fondo ci accomuna - era un grande regista, uno che sapeva fare il cinema di genere.  Lenzi si è avvicinato al cinema horror negli anni Ottanta, dopo aver sperimentato gli altri generi popolari come l’avventuroso, il peplum, lo storico, il thriller erotico, il poliziottesco, i Tomas Milian movie, un fumetto movie come Kriminal e persino il sottogenere cannibalico. Non possiamo dire che l’horror sia stato il genere preferito dal regista massetano, ma è anche vero che una volta cominciato a fare cinema de paura ha continuato per oltre un decennio con ottimi risultati.  Se confiniamo i cannibal movie nel sottogenere che contamina horror e avventuroso, dobbiamo dire che il primo horror puro di Lenzi è Incubo sulla città contaminata (1980). Il regista mi disse che questo film gli fu proposto come una classica pellicola di zombi, ma lui la trasformò in  un horror ecologico, imperniato su una contaminazione nucleare che trasforma le persone in creature mostruose bisognose di sangue per sopravvivere. “La sceneggiatura di Incubo era una vera schifezza e io la dovetti rielaborare per intero” mi disse Lenzi. 

Per leggere il resto del pezzo vi invito a collegarvi con Futuro Europa, dove tengo una rubrica di cinema italiano: http://www.futuro-europa.it/25173/cultura/scompare-umberto-lenzi-maestro-del-cinema-genere.html

sabato 14 ottobre 2017

Pierino contro tutti!



A breve in libreria il primo e unico saggio mai scritto in Italia sulle commedie cinematografiche di Pierino

Pierino è il bambino terribile delle nostre barzellette, noto anche in America Latina, dove viene chiamato Pepito, ma le caratteristiche non cambiano: irriverenza, volgarità, trasgressione, ilarità e sboccataggine. Noi vogliamo parlare solo del Pierino cinematografico, geniale intuizione di Marino Girolami, Gianfranco Clerici e Vincenzo Mannino che produsse sequel, apocrifi, film per la televisione, progetti mai realizzati, idee bruciate sul nascere e persino alcuni film invisibili, vero e proprio incubo dei fan. I film della serie regolare – interpretata da Alvaro Vitali – sono tre: Pierino contro tutti (1980) e Pierino colpisce ancora (1982), diretti da Marino Girolami, mentre il tardo sequel Pierino torna a scuola (1990) è firmato da Mariano Laurenti. Pierino contro tutti fa registrare tra gli otto e i nove miliardi d’incasso (al tempo il biglietto costava 4.000 lire), un successo clamoroso che produce una ridda di imitazioni prima che Girolami possa girare il sequel autorizzato. Chi ha inventato Vitali nei panni di Pierino? Pare che persino Federico Fellini (diresse Vitali sul set di Amarcord) vedesse bene il piccolo attore romano nei panni di Pierino, ma è logico affermare che l’idea fu di Clerici e Girolami, non è lecito sapere quanto sia da imputare al primo e quanto al secondo, ma una cosa è certa: Alvaro Vitali ha le phisique du rôle per interpretare il bambino pestifero delle barzellette. Una mise che non cambia mai: cappello azzurro, fiocco rosso, pantaloni corti, scarpe da tennis, maglioncino senza maniche… risata irriverente, battute salaci, ripetitività della mimica e un immancabile epiteto conclusivo: col fischio o senza?

L’AUTORE: Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Traduce ispanici, si occupa di cultura cubana e scrive di cinema italiano. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo: una Storia del cinema horror italiano in cinque volumi. I suoi romanzi Calcio e acciaio – Dimenticare Piombino (Acar, 2014), e Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano, sono stati presentati al Premio Strega. Per Sensoinverso è uscito il suo saggio Storia della commedia sexy all’italiana. Da Sergio Martino a Nello Rossati. Blog di cinema: La Cineteca di Caino (http://cinetecadicaino.blogspot.it/). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it

Autore: Gordiano Lupi
Titolo: PIERINO CONTRO TUTTI. L’eroe popolare delle barzellette: analisi di un fenomeno cinematografico e di costume.
ISBN: 9788867933433
Collana: ItaliaNascosta
Pag. 60
Prezzo: € 12,00
Link sito ufficiale:

domenica 24 settembre 2017

Profondo Rosso


Giovanni Modica

Dario Argento e Profondo Rosso

Profondo Rosso – Pag. 384 – Euro 24,90

 

Profondo rosso (1975) è il film più importante di Dario Argento, il suo lavoro indimenticabile che ne decreta il successo imperituro. Non siamo ancora nell’horror puro, ma in una cornice gialla classica, contaminata da penetranti elementi macabri. La parte orrorifica prende il sopravvento sin dalle prime sequenze in un teatro, che vedono la sensitiva Helga Ullman (Macha Meril) avvertire la presenza in sala di un omicida e quindi finire massacrata nel camerino. Marcus Daly, un pianista inglese (David Hemmings) indaga insieme alla giornalista Gianna Brezzi (Daria Nicolodi) ed entrambi vengono coinvolti in una spirale interminabile di omicidi. Profondo rosso è un film talmente noto che pare inutile raccontare la trama, anche perché sono stati scritti saggi ponderosi e approfonditi sulla pellicola. Giovanni Modica, invece, con la collaborazione di Luigi Cozzi, non solo non lo reputa inutile, ma dedica al film ben 384 pagine, facendo scomparire il vostro modesto saggista che nella sua sintetica storia del cinema horror italiano ha scritto sul film in questione soltanto una pagina e mezza. In questo libro edito dal negozio di Dario Argento, diretto da Luigi Cozzi - una vita dedicata alla celebrazione di un Maestro che purtroppo non è più così grande - troverete pane per i vostri denti, appagherete ogni curiosità e sazierete la vostra fame di curiosità cinefile. Io posso solo dire che Profondo rosso fa da spartiacque tra il thriller puro e l’horror, segnando la nuova strada di Dario Argento, sempre più in preda a una fantasia macabra e visionaria. L’elemento paranormale è presente, così come incontriamo ambientazioni gotiche e momenti surreali scanditi da apparizioni di pupazzi meccanici. L’estetica dell’omicidio viene perfezionata secondo la lezione di Mario Bava, ma sarà presa a modello anche da autori statunitensi come John Carpenter e Rick Rosenthal nella saga Halloween (1978 - 81). Il merito della sceneggiatura ricca di suspense va diviso tra il regista e Bernardino Zapponi, che inseriscono in una storia gialla elementi macabri e momenti di puro terrore. Funziona tutto, persino la colonna sonora dei Goblin che ha fatto epoca, ma - se vogliamo trovare un difetto - non sono il massimo certi dialoghi impostati e alcuni personaggi monodimensionali. Ottimi i due protagonisti, bene Clara Calamai, Eros Pagni e Gabriele Lavia, che regalano caratterizzazioni memorabili. Un finale a sorpresa mostra il killer riflesso nello specchio del corridoio come se fosse un orribile dipinto, un grande colpo di genio, intriso di fantasia surrealista. Profondo rosso è stato uno dei film più amati degli anni Settanta e il suo successo è ancora ammantato da un alone di leggenda. Giovanni Modica si fa introdurre da Fabio Giovannini, un argentofilo della prima ora, mentre lascia la parola al Maestro in un capitolo finale, inserendo un’intervista datata 2002 che argento aveva concesso a Federico Patrizi. Capitolo dopo capitolo viviseziona il film, dalla scheda tecnica alla scenografia, passando per trama, genesi, soggetto, sceneggiatura, ispirazioni letterarie, attori, locationes, fotografia, montaggio, vecchie recensioni, considerazioni critiche, film e autori che si sono ispirati ad Argento. Invano il vostro povero recensore ha cercato il suo nome tra chi si è occupato di horror italiano e nella fattispecie di Dario Argento. Non l’ha trovato. Peccato di presunzione, certo, ma in fondo gli autori citati in bibliografia sono talmente grandi che il mio piccolo nome di provincia avrebbe stonato. Profondo rosso è un testo fondamentale per capire il cinema  del Maestro dell’horror italiano, un libro che un amante della sintesi e dello stile divulgativo come me non avrebbe neppure concepito di scrivere. Perfetto, invece, per chi non si accontenta. Una cosa da stigmatizzare - comune a tutti i libri della Profondo Rosso - è il prezzo civetta: 24,90. Mica poco in questi tempi di crisi…

martedì 4 luglio 2017

La comicità di Gigi e Andrea


Acapulco, prima spiaggia… a sinistra (1983)
di Sergio Martino
La parte peggiore della commedia sexy è datata primi anni Ottanta, quando il genere si estingue per carenza di idee, dibattendosi per alcuni anni prima di spegnersi definitivamente. Il canto del cigno della commedia erotica è rappresentato da alcune pellicole con Gigi e Andrea, due comici reduci da un effimero successo televisivo che non reggono la prova del grande schermo. Acapulco, prima spiaggia… a sinistra (1983) è un esempio eclatante. Scritto e sceneggiato dal regista con la collaborazione di Massimo Franciosa. Fotografia di Giuseppe Pinori, musiche di Detto Mariano, montaggio di Eugenio Alabiso, scenografie di Sergio Canevari. Producono Luigi Borghese e Manuel Laghi, per Cinematografica Alex. Distribuisce Variety. Interpreti: Gigi Sammarchi, Andrea Roncato, Gegia (Francesca Antonaci), Simona Marchini, Mirella Banti, Jimmy il Fenomeno, Jacques Stany, Anna Kanakis e Serena Grandi.




Acapulco esiste solo nel titolo come luogo vagheggiato dai due amici bolognesi (Gigi e Andrea) che finiscono per trascorrere le vacanze a Cesenatico, in una squallida pensione, a caccia di donne da rimorchiare. Una pessima pellicola che definirei commedia bolognese di grana grossa, se mi passate un termine coniato per l’occasione. Gigi e Andrea ci provano un po’ con tutte per un’ora e quarantacinque di pellicola (troppo lunga per quel che ha da dire), rimediando brutte figure e sonori ceffoni. Alla fine tornano in città delusi proprio nel giorno di ferragosto, dove si consolano con due bellezze locali. Si ricordano solo espressioni in bolognese che fanno rimpiangere non poco la vecchia comicità stile Banfi - Montagnani.




Le battute sono il massimo della volgarità, si passa da “un gran bel giro di culi”, per arrivare alla protesi nello slip modello Incredibile Hulk di Andrea, finendo con la bella mortadellona da dare in pasto alla ragazza di turno. Andrea mette in scena una stanca verve comico - erotica a suon di “me la dai o no?”, “mica male il culetto di Miranda”, “a me mi diventa duro… sì, ma non è cattivo!”, “che modi da tramviere!” (rivolto al babbo che guida i tram), “quei bei minervoni nostrani con lo zolfone rosso”, “ti tocco? L’aria è di tutti…”, “la vogliamo keniota, ma meglio kegnocca…”. Gigi cerca di fare l’intellettuale ma non è una grande spalla, i tempi comici dei due attori sono televisivi, al punto che il film pare una sit-comedy venuta male. Le donne ammiccanti della vera commedia sexy non ci sono più, qui fanno la parte del leone bellezze prosperose tipo Mirella Banti e Serena Grandi. Sono il massimo del volgare i dialoghi tra Andrea e la bella tabaccaia Mirella Banti con lui a chiedere zolfanelli con la capocchia rossa, citando malamente Fellini.




Da ricordare in negativo anche il discorso sulla protesi al cervello con Andrea che non comprende a cosa possa servire, ché lui quando va a letto con una donna mica le deve dare cervellino fritto! Tra tanta tristezza merita un cenno la canzoncina trash che fa da leitmotiv alla pellicola: Viva le donne che son come l’acqua santa/ quando le tocchi il miracolo non manca/ Miranda dice che l’hai messa pure incinta/ che ci do che ci do che ci do... Il film è recitato male, i due protagonisti non sono all’altezza e non ce la fanno a reggere una trama inesistente infarcita di pessimi dialoghi. Le battute sono vecchie, penose, risapute, non divertono ma fanno innervosire. Tra i comprimari citerei Gegia, miss culetto d’oro, che consola Andrea al rientro da Cesenatico e tutto sommato non interpreta male la meridionale trapiantata a Bologna. Mirella Banti deve solo far vedere un po’ di mercanzia, così Serena Grandi, che dice due battute sul lungomare di Cesenatico. Interessante come viene presentata la Grandi nel ruolo di sexy maschera di un cinema hard gestito dalla madre di Andrea, assunta per combattere la crisi del porno. Serena Grandi veste in pizzo nero, reggicalze, calze a rete e riceve con sorrisi maliziosi alcuni clienti, tra i quali notiamo un gay che sfoggia l’abbonamento.






Il film manca di una vera trama: scorrono sullo schermo una serie di scenette unite dall’esile collante delle ferie a Cesenatico. Simona Marchini è poco utilizzata, interpreta una donna vestita di bianco che appare e scompare sulla strada di Andrea. Le avventure di Gigi e Andrea si trascinano tra intermezzi penosi con una baby-sitter fornita da una ditta seria (ma io non ho mica riso!) che loro si vorrebbero portare a letto, battute stantie come il cannone è vecchio ma spara ancora bene e cazzotti ricevuti da mariti gelosi. Anna Kanakis interpreta una bella ragazza che si fa abbordare da Andrea perché lo crede un riccone in compagnia del cameriere. I due amici finiscono a cena con la ragazza e un’amica, ma fanno la figura dei pidocchiosi (quali sono) perché le portano in un ristorante per camionisti gestito da un esilarante Jimmy il Fenomeno. Pure qui da segnalare una battuta davvero scadente ai danni del tremolante Jimmy: Questo chi è, San Vito? Balla…




Prima di tornare a casa i due amici finiscono con una coppia di ricchi sporcaccioni che pagano per una notte a base di amore di gruppo, ma al mattino non ricordano niente e li cacciano di casa. A Bologna i nostri eroi ritrovano Gegia, miss culetto d’oro, e si consolano con un bel pranzo meridionale in una mansarda del centro. Acapulco è una vera stronzata, conclude Andrea. Per finire in bellezza i due amici vorrebbero convincere Gegia a fare la puttana, ma lei dice che va con gli uomini solo per amore. Le ultime sequenze vedono arrivare un’amica sarda piuttosto bruttina - ma dotata di un gran seno - che va a letto con Gigi per santificare in piena regola il ferragosto. Un film da dimenticare. Non sembra un lavoro di Sergio Martino. Per la volgarità di certe situazioni ricorda il cinema di Gianfranco Baldanello.   

venerdì 9 giugno 2017

Storia della Commedia Sexy


Gordiano Lupi - Storia della commedia sexy aall'italiana
Pagine 230 - Euro 16 - SENSOINVERSO EDIZIONI (Ravenna)
La commedia erotica, detta anche commedia sexy o commedia scollacciata, deriva dalla commedia all’italiana e presenta una commistione di diversi generi cine-letterari. La commedia sexy comincia a far parlare di sé a partire dagli inizi degli anni Settanta, un periodo poco florido per il cinema italiano, che vive all’ombra dei grandi successi statunitensi. I prodotti italiani nascono come puro cinema di imitazione sulla scia dei lavori d’oltreoceano, nella speranza di bissarne i grandi incassi al botteghino. Questo assunto presenta le dovute eccezioni. Pensiamo a un genere come lo spaghetti western che, pur attingendo dal cinema statunitense, da Sergio Leone in poi presenta una ben precisa originalità. Per l’horror vale lo stesso discorso, perché registi come Lucio Fulci, Dario Argento e Joe D’Amato rappresentano una via italiana alla cinematografia del brivido. La commedia sexy, però, è un genere italiano al cento per cento ed è una diretta filiazione della commedia classica, forse è il solo genere a non risentire di alcuna suggestione esterofila. Nella commedia erotica tutto deriva dalla nostra cultura: luoghi, circostanze, situazioni, erotismo morboso e malizioso. I registi che praticano il genere si limitano a trasporre sul grande schermo l’immaginario erotico dell’italiano medio e strizzano l’occhio alle fantasie degli adolescenti. Per questo vediamo sfilare sul grande schermo una serie di bellezze che prendono le sembianze di vigilesse, poliziotte, insegnanti, studentesse, dottoresse, infermiere, maestre di scuola e chi più ne ha più ne metta. Le interpreti della commedia erotica sono attrici belle e maliziose, ma dotate di una sensualità naturale, lontana anni luce dalla bellezza artificiale di certe attrici contemporanee. Queste attrici vestono i panni delle donne che ogni giorno frequentano la vita dell’italiano medio ed è così che il sogno erotico sembra a portata di mano. I registi giocano su questo fatto e accanto alla bellezza di turno utilizzano attori comici bravi ma non belli, come Lino Banfi e Alvaro Vitali, e li mettono al centro di situazioni erotiche piccanti. I sogni del maschio italiano si fanno realtà, anche se sono sempre le donne a condurre il gioco e a far capitolare gli uomini. Le commedie sexy hanno una trama semplice e spesso prevedibile, anche se i film davvero riusciti non sono uguali uno all’altro. I comici bravi improvvisano e caratterizzano certe pellicole, così come i registi più dotati imprimono un marchio d’autore riconoscibile. La commedia sexy, come tanto cinema italiano originale di quel periodo storico, non è cinema di serie B e certa critica importante ha la responsabilità di averne affrettato la scomparsa. Adesso possiamo pure rivalutare la commedia erotica, ma resta il fatto che il nostro cinema ha lasciato morire il suo unico genere originale. La commedia sexy, fin dal suo apparire, riscuote un grande successo di pubblico e nessuna attenzione da parte della critica, che stronca per principio ogni pellicola. In questi film si raccontano spaccati di provincia, gelosie, amori, tradimenti, invidie, sempre con il sorriso sulle labbra, ricorrendo spesso a una comicità di grana grossa. Immancabili le bellezze discinte, le docce, gli sguardi furtivi dal buco della serratura, i reggicalze, le gonne che si alzano improvvise, una scala provvidenziale sotto la quale spiare i segreti del sesso e via dicendo. Possiamo dire, con Gian Luca Castoldi, che è da Signore e signori (1965) di Pietro Germi che la commedia all’italiana comincia a virare verso un erotismo più accentuato. Il primo esempio di commedia sexy, secondo Bruschini e Tentori, è Vedove inconsolabili in cerca di distrazioni (1969) di Bruno Gaburro, mentre per altri resta Mazzabubù… quante corna stanno quaggiù (1970) di Mariano Laurenti. A ben guardare, però, sono due pellicole che possono sempre essere ricondotte nel quadro più ampio della commedia all’italiana. Non è facile indicare con precisione una pellicola che ha cominciato a introdurre varianti sexy nella commedia all’italiana, perché anche nello schema classico un velato erotismo c’è sempre stato. Il modello fondamentale resta Malizia (1973) di Salvatore Samperi, una pellicola di livello superiore alla media che detta gli stilemi imprescindibili del genere. La commedia sexy comincia a farsi spazio nei gusti degli spettatori italiani ormai stanchi del decamerotico. Malizia (1973) di Salvatore Samperi è il film che apre le porte al genere ed è il capostipite di tutte quelle commedie scollacciate che hanno la famiglia come campo d’azione delle situazioni perverse. Chi non ricorda la sexy cameriera Laura Antonelli mentre seduce il giovanissimo Alessandro Momo? Il reggicalze, la scala sotto la quale spiare le gambe, la doccia nuda e il buco della serratura, tutte le malizie del genere cominciano proprio da Malizia. La stessa Laura Antonelli interpreterà altri film sulla stessa falsariga ma non riuscirà mai a bissare il successo dell’originale. Cose come Peccato veniale (1974), Scandalo (1976), Nenè (1977), Casta e pura (1981) e infine il pessimo Malizia 2000 (1991) sono decisamente inferiori. La commedia sexy riunisce due elementi fondamentali: un po’ di sesso non troppo spinto e una comicità di bassa lega, quasi sempre piuttosto volgare. Tra le prime commedie sexy possiamo citare Non commettere atti impuri (1971) di Giulio Petroni con Barbara Bouchet. La commedia sexy si divide in sottogeneri: famigliare, professioni, scolastico e militare, secondo l’ambiente dove viene inserita l’azione comico - erotica. Questi film vengono quasi sempre girati in provincia e riproducono la vita dell’Italia lontana dai grandi centri, spesso è la Puglia che la fa da padrona, forse perché in quel periodo sta cercando un lancio turistico. Sono film che piacciono molto in provincia dove il pubblico frequenta le sale anche solo per guardare le bellezze provocanti delle protagoniste. Logico che ambientare in provincia l’azione filmica comporta una maggior identificazione nei sogni erotici dello spettatore. Le donne sono importanti nella commedia sexy e il buon andamento del film dipende dalla scelta dell’attrice: Edwige Fenech e Gloria Guida vogliono dire successo sicuro presso un certo tipo di pubblico. La prima è indicata per rivestire ruoli da insegnante, poliziotta e dottoressa, mentre la seconda è perfetta come ragazzina maliziosa, studentessa e torbida amante di vecchi sporcaccioni. Altre sexy star da non dimenticare sono Barbara Bouchet, Carmen Villani, Nadia Cassini, Laura Antonelli, ma l’elenco sarebbe interminabile. La commedia sexy non è tale senza le solite scene di doccia, le spiate dal buco della serratura, le trovate da pochade, le volgarità gratuite, le flatulenze, i rumori corporali, le battutacce grevi e volgari. Tutto come da copione. Tra i registi che hanno praticato la commedia sexy citiamo Sergio Martino, Nando Cicero, Mariano Laurenti, Marino Girolami, Michele Massimo Tarantini, Marino Girolami, Gianfranco Baldanello, Mauro Ivaldi, Giuliano Carnimeo, Tiziano Longo, Nello Rossati, Bruno Corbucci e Sergio Corbucci. Non dimentichiamo che si sono cimentati nel genere anche registi come Lucio Fulci, Luigi Cozzi, Joe D’Amato, Umberto Lenzi, Mino Guerrini, Massimo Dallamano e molti altri.





(Foto di libro con Dargys)

Gordiano Lupi
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